sabato 18 gennaio 2014

Disprezzo-timore del nuovo e dell'altrui successo.

Riparto da alcuni concetti presenti nel post precedente: il timore dell'altro e la conseguente autoesaltazione del se',  nonche' dal senso di eccezionalita' figlio del particolarismo immaturo e dalla cecita' o cancrena emotivo/ affettiva. Tutti questi aspetti possono essere letti sul piano psicologico di un qualsivoglia organismo, sia nel singolo individuo che nelle sue organizzazioni plurime sociali o pubbliche quindi, come una tendenza, a mio parere specialmente marcata nella tradizione di cultura latina, a vivere il rapporto con l'alterita' o l'altro da se' in modo talmente traumatico da rallentare, complicare, se non forse addirittura da impedire, spesso sublimandolo, il passaggio all'eta' matura della responsabilita' libera e dell'autonomia e indipendenza dell'io. Credo che ivi risieda il deadlock, cioè' il nucleo problematico, dal quale si possano evincere ed interpretare le carenze e le bizzarie, a questo punto da leggersi quasi come forma di difesa e di sopravvivenza dellla monca identita' del popolo italico nella sua veste pubblica e, non noscandiamolo, anche spesso della intimita' di tanti singoli che concorrono a formare l'immaginario comune, molto realista..peraltro della nostra comunita'.
Perche' come Altro qui si intende semplicemente il mondo, tutto cio' che si differenzia dal se', dal certo, dal conosciuto, dall'abitudinario, dal nuovo. Tutto cio' che e' dato o si da', dipende dalla disposizione realista o costruttivista- trascendentale che vi appartiene, nella sua oggettualita' semplice e concreta, opaca e diffusa. Che lo si descriva in termini lacaniani come ordine simbolico, in termini piu' estremi freudiani come perturbante, in termini decostruttivisti come differenza, ontologici come residualita' dell'essere, religiosi come sacralita', edipici come esternalita' uterina, psicoanalitici come desiderio proiettato sull'io, quindi come superegoita' cinica e spietata, capitalistici come marginalita' da sfruttare per far proliferare la domanda, POCO importa. Il trauma e la PAURA dell'altro, del nuovo, del rischio vero e non calcolato, questa complessa innocente immersione nella varieta' del possibile affettivo ed emotivo nesessita di uno slancio fideistico, di una liberazione del desiderio, di una curiosita' critica fondanti per la maturità' del privato e di conseguenza della sua manifestazione nel pubblico. Vincere il timore del fallimento, dello sconosciuto, del mostruoso per misurare la inegrita' sociale e morale del singolo nella sua tradizione e cultura, per modellare una societa' non piu' ne' eroica, ( ritengo personalmente che si stia ritornando a tale modello di societas con la differenza che il valore e il senso del mito e' quasi scomparso ad oggi sostituito da una nuova cultura dell' immagine non piu' rappresentazionale o simbolica, ma immediata e multimediale allo stesso tempo. Trattero' questo argomento in separata sede comunque) ne' schiava, ma consapevole della propria presenza, verita'  e funzione generativa di senso nella mappatura del mondo della vita. Ogni deriva autoreferenziale non  e' altro che una limitazione masturbatoria entro i confini del sicuro, dell'adolescenziale, un piegarsi alla e sulla paura di scoprirsi esseri liberi e responsabili, de-identificati dal noto e sub-iecti a nuova forma, cioe' immersi nel possibile per materializzarsi in una nuove identita'. Negare all'uomo cio' e' come negare al cittadino il voto, simbolo della propria unicita' e dignità distinta dalle altre. Chi quindi vive ancora attaccato, vincolato, schiavo del perstabilito capita che sia facilmente vittima di una iniziale ribellione giustificata dalla necessita' negata all'autodefinizione, coie' ad eregersi come legge di se stessi, che sfocia nella violenza bieca, nell'invidia dell'altrui successo o semplicemente dell'altrui  liberta' di azione- definizione. 





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