Parte destruens, parte construens, viaggio nella medieata' della polis.
Noi Italiani, come tutte le culture di stampo latino, abbiamo una evidente tendenza alla parola, alla vocalita' in senso ampio, ad una forte connotazione fonetica insomma. Stabilire i limes di tale modalita' espressiva e' compito non facile, ma doveroso per inquadrare il fenomeno in un'ottica razionale.
Una parte che io definirei produttiva, quindi positiva di questa tendenza e' la voglia di dialogare, di tematizzare e non censurare il variopinto mondo delle emozioni umane, dando loro libero sfogo espressivo onde evitare divieti implososivi tipici per esempio della cultura vittoriana. La creativita', la musicalita', la innocenza come la spontaneita' del detto, del parlato, dell'espresso sono di solito dinamiche fondanti e testimonianze di senso vitale, di energia, di possibile. A volte a causa della radice fortemente retorica della nostra tradizione culturale, mi riferisco all'ambito nostrano strictu sensu e non all'orizzonte piu' ampio di eredita' latina, pero' il dialogo lascia il passo al monologo, l'espressione al vomito, la parola al grido e questo provoca effetti ben definibili e spesso non auspicabili. Qui il tema del limite e della demarcazione, argomento peraltro profondamente complesso in campo epistemologico e non solo, si pone in tutta la sua drammatica radicalita'.
Riprendendo accenni e motivi gia' esposti in post precedenti, credo sia utile, nel tentativo di descrivere la fenomenologia di questo campo espressivo, stressare l'importanza di una critica ragionevole e possibilmente sagace di tali limes. In parole povere, la di per se stessa godibile espressivita' vocale del nostro popolo ha una spietata e consolidata abitudine ad uscire per cosi' dire dal seminato valicando pericolosi confini per dispiegarsi nella terra dell'altrui pensiero e diritto all'espessione. Questa mania di territorialita' invasiva, di eccesso espressionale, di violazione di comunicazione assertiva manifesta, portandolo a galla, un non detto affatto tascurabile. E' qui che si riaffacciano i demoni della paura e del timore dell'altro, del giudizio esterno, della morale cattolica a basso costo, demoni che stracciano in un colpo solo all at once, cioe' subitaneamente, i criteri normativi, le leggi nonscritte e la sobrieta' del comunicare sano. Orgie di parole, discorsi autoreferenziali, attachi continui alla sfera di competenza del con noi dialogante si moltiplicano nello sterile e disperato tentativo non tanto di comunicare qualcosa o qualche sentimento all'altro quanto di dimostrare a noi stessi di non star dicendo cialtronerie, attanagliati dalla profonda insicurezza di non sapere e non credere veramente a quello che diciamo e che vogliamo, con un conseguente risultato di asfissia della sfera del prossimo, mutilazione dell' intersoggetivita' e conclamato autismo relazionale.
Da tale scomoda prospettiva comunicativa viene meno ogni possibile spazio per l'incontro, per il rapporto, per l'apertura a nuovi orizzonti di senso possibili, a convergenze valoriali, a condivisioni di esperienze, tutto si inerpica su se stesso in un circolo vizioso di spirali solipsiste. Si parla uno sull'altro, si alza la voce, si urla, si predica unilateralmente con le prorie stesse angoscie. La democrazia della parola decaduta sulle sue stesse ceneri. In tale ambito rivelatore di disperazione, marginalita' e indigenza espressiva nascono fiorenti mille forme estremiste e violente di rivolta, purtroppo sterili e inconcludenti in quanto tali, le rivoluzioni infatti partono sempre prima da un confronto interno con la propria problematicita' per poi aprirsi, dischiudersi e materiallizzarsi nel nuovo non arrocandosi nelle comode vesti satinate della sicurezza prestabilita e della negazione aprioristica. Che siano pentastellate o con il membro duro queste posizioni estreme di chiusura, autoreferenzialita', di manicheismo semplicista, di riduzionismo e revisionismo ad hoc sono solitamente rimedi a breve termine, toppe strumentali, derive di disgusto, rabbia e frustrazione che pero' non affrontano ne' apportano alcun beneficio al nucleo problematico essenziale della apertura al mondo e alla diversita', della rivendicazione di un proprio diritto di esistenza, di espressione, di rispetto da troppo tempo non efficacemente esercitato. Tantomeno nella complessita' del pubblico, del sociale e del politico versioni unilaterali, verita' ad una corsia, enunciati assoluti hanno mai contribuito ad uno sviluppo benevolo della polis e della vita in essa vissuta. La medieta', troppo spesso confusa con la mediocrita' in accezione contemporanea, e' virtu' rara e complessa e non ha nulla a che fare con il compromesso. Non compromette nulla, anzi promette alleanza, dialogicita', incontro, etica del dire e del fare savio. Arte da declinare oggi in una nuove veste contemporanea che tenga conto della flessibilita' e dellla liquidita' del nostro tempo. A chi vuol far politica l'arduo compito.
